HEARTQUAKE

- di terre e moti- 2017

PROGETTO VINCITORE DELLA 4° EDIZIONE di TORINO EARTHINK FESTIVAL 2017

 

…perdere tutto, insieme alla terra, che frammentata e divisa, scivola via.  Perdere l’equilibrio, l’armonia, la percezione del paesaggio che irriconoscibile ci osserva; la metamorfosi di un orizzonte sgretolato che, come animale, lentamente cambia pelle. Nuove sezioni, nuove forme, nuove superfici ora.                                                

Piccole zolle si rincorrono, beffarde, come confusi ricordi del passato. Lo sguardo le insegue, ne indaga inerme il vissuto. Un “ieri” che non c’è più, un [i]eri fatto di routine e gesti ripetitivi dentro i quali perdersi felicemente, assuefatti dalla propria quotidianità. Siamo tutti super uomini, prima di quel tonfo. Disumano. Altissimo. Inaspettato. Un frastuono sordo che cambia tutto. La polvere ricopre ogni cosa, pure i pensieri. E ora, è tempo di rimettere ordine. Pescare a mani nude tra le macerie, con la speranza di ritrovare brandelli di passato o di futuro. Un futuro che riparte dal nulla. Da materiali inerti. Natura. Morta e pulsante. Forse è solo il pensiero ad essere morto. Da lontano si leva un canto. Ha la voce di un bambino. E’ il fruscio del vento. Intona una lunga nota che vibra estatica squarciando il tramonto. Sembra voler segnare l’aria, indicarci una via, un punto zero. Probabilmente una rinascita…

 

Cosa succede in seguito a un terremoto?

Come cambia il paesaggio attorno a noi e la natura circostante? 

Come cambiamo noi?

Cosa ne è delle nostre certezze, delle nostre giornate alienate spesso uguali tra loro?

Come cambia il nostro rapporto con la natura, con la spiritualità, con gli altri?

 

Partendo da questi interrogativi il Progetto HEARTQUAKE - diTERREeMOTI vuole indagare, attraverso un lavoro performativo per attore solo, tutte le emozioni legate al senso di smarrimento e inettitudine che l’essere umano prova di fronte alle catastrofi naturali, e in forma più allegorica, al quel senso di clades (sconfitta) che rappresenta un processo evolutivo di morte, ma anche di potenziale rinascita. Riscatto esistenziale.

 

Il progetto nasce da una drammaturgia originale che attraverso la parola ed elementi di danza e teatro fisico, indaga le possibilità espressive legate al tema-metafora del Terremoto.  Il progetto è stato sviluppato in una prima fase embrionale nella quale, in modo libero e svincolato, si è lavorato su immagini, parole e suggestioni. Nel giugno 2017 è stato finalista e vincitore della 4° edizione di TORINO EARTHINK FESTIVAL 2017. La seconda fase di lavoro prevede lo sviluppo di una performance di circa 20 minuti per poi approdare, una volta che il lavoro sarà maturo, ad uno spettacolo finito di 60 minuti circa.

 

 

 

 

 

                                         

 

 

 

 

 

credits

 

interpretato e ideato da

Emiliano Minoccheri,

video e assistenza tecnica

Luca Saggiorato

 

supervisione

Elisa Pagani

photo

Pietro Medici   

recensioni 

Sul palco un uomo steso sul pavimento. Immobile per diversi secondi, come un Ulisse sfinito sulla spiaggia. La quiete sorride malinconica all'officina del pensiero. Con estrema grazia abbandona la scena e l'uomo inizia a misurarsi con piccoli movimenti lentissimi. La registrazione di un cinguettio di uccelli scheggia il silenzio. Emiliano porge l'orecchio ad ogni minima tensione del suo corpo. Tenta di alzarsi. Snocciola ogni vertebra della spina dorsale e gioca a nascondino con l'equilibrio. Attraverso aggiustamenti consapevoli e automatici sfida la forza di gravità.
Scientificamente parlando, il baricentro di un essere umano è, solitamente, situato nell'ombelico. Qui il discorso è un altro: attraverso il corpo, Emiliano porge la lente di ingrandimento su ciò che si muove all'interno di esso. Con un teatro fisico, ricerca ciò che è metafisico. Il baricentro non è nell'ombelico, è nel cuore.
Così una serie di oscillazioni lo fanno tremare. Delle scosse abbracciano la sua pelle. La quiete è ormai solo una vecchia cartolina addormentata dentro un cassetto. 
Emiliano indossa poi una maschera di Superman e il suo corpo inizia a tremare ancora più forte. Gli scatti aumentano di intensità e di velocità. Seguono respiri forti, a pieni polmoni. 
Il terremoto è uno scontro tra zolle di terra. La catastrofe naturale è il campo di battaglia delle nostre certezze scintillanti, degli inganni che indossiamo per sentirci meno vulnerabili. Per non ammettere che siamo terra anche noi.
Dei piccoli cumuli ordinati di foglie, sassi e rametti sono posti all'interno della striscia bianca sul palco entro cui l'attore si muove. Egli li scruta con attenzione da vicino e li porta al viso.
È come un dialogo ritrovato con la natura. Spesso è la nostra fragilità a ritrovarlo. È il nostro senso di smarrimento che ci fa riportare gli occhi al cielo, che ci fa ascoltare ciò che si muove intorno a noi. Quello che appariva scontato, dal momento in cui si perde l'equilibrio, non lo è più. L'uomo si toglie la maschera: ora c'è unicamente il suo volto. 
Lo spettacolo si conclude con la registrazione di una filastrocca recitata da un bambino. È composta da parole semplici come “semino”. Ci sono rimandi riguardanti la natura. 
Un terremoto, così come qualsiasi catastrofe, ha una certa durata. Poi termina e torna la quiete, almeno quella apparente. La vita si rigenera e continua. Imperturbata. 
Come le montagne, la cui bellezza di oggi è nata grazie a scosse fortissime della terra del passato. Il terremoto a volte è dentro di noi.
Per ritrovare la forza di rifiorire è necessario aggrapparsi a ciò che eravamo prima e a ciò che non potrà cambiare domani. Piccole cose che, protette dalle mani di un bambino, fanno sorridere il cuore.

 

 

Maddalena Notardonato (Cattivi Maestri)

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